Recensione a cura di Roberto Passaro

Paolo Dinuzzi è uno dei bassisti e compositori jazz più interessanti della sua generazione e buon continuatore di un approccio stilistico posto sulla linea ideale di grandi come Victor Bailey, Stanley Clarke, Steve Swallow e Skuli Sverrison ma senza mai rifarne il verso ed invece con un suo personale lessico musicale.

Da un trentennio sulla scena jazzistica europea, Dinuzzi ha lavorato in Germania, Olanda, Inghilterra, Francia, Spagna, e nei paesi dell’Est, collaborando con artisti del calibro di: Gianni Lenoci, Gianluigi Trovesi, BrunoTommaso, Paolo Fresu, Ettore Fioravanti, e ancora con Nguyen Lee, Adam Pieronczyk, Cornelius Falk, Thomas Ufschmidt, Hakim Ludin. Laureato alla prestigiosa accademia Folkwang di Essen in Germania, vanta una notevole attività didattica.

In questo quartetto, dall’interplay empatico, il musicista si dimostra leader maturo, alla testa di un gruppo affiatato che sa distillare tutta l’essenza espressiva ed emotiva contenuta nelle sue composizioni. Nei suoi soli, dalla tecnica e tocco sopraffini, egli mostra di padroneggiare in modo assoluto il materiale musicale, in una perfetta sintesi tra ragione ed istinto. In questo suo eccellente lavoro discografico, intitolato “Invisible”, Dinuzzi racconta una sua realtà musicale enucleando sette splendidi brani, sovente dal sapore Jazz Fusion altre volte pregni della tradizione jazzistica, in cui importanti sono gli affiancamenti di Riccardo Gambatesa alla batteria, Sabino Fino al sassofono e Giancarlo Pirro alla chitarra.

Il bassista con questo lavoro ha saputo dispiegare forte “autorialità” palesando le proprie doti in brani dalle cornici coloratissime e dalle sostenute dinamiche con interventi solistici superlativi. Giusto plaudire l’opera di un artista che con questo disco esprime compiuta maturità!

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