INDIEPERCUI recensione a cura di Marco Zordan

Le sofisticate sonorità notturne sono elemento essenziale da cui partire per respirare un’invisibilità sospinta ad accendere di luce il vuoto che avanza. Suoni e melodie che si contrappongano all’improvvisazione riescono a divenire ricerca unica attraverso sensazioni da lounge bar mai edulcorato, ma piuttosto incapsulato all’interno di una macchina del tempo che ci fa sentire, attraverso gli anni, nuovi punti di vista, territori da scoprire, punti di separazione e unione. Paolo Dinuzzi al basso elettrico unisce le forze di altri tre musicisti eccezionali, Sabino Fino al sax tenore, Giancarlo Pirro alla chitarra e Riccardo Gambatesa alla batteria per cesellare a dovere una prova che scruta l’interiorità di un jazz sperimentale che trova, nelle sfumature mediterranee, un punto di contatto con le vibrazioni interiori, ad arricchire la scena di tempi composti e fraseggi mai del tutto definiti e continuamente mutevoli. Invisible è un album di sostanza, dove la ricerca è sinonimo di qualità e perfezione raggiunta.

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